Dodici anni fa ho incontrato il mio primo caso di lipedema.
Si chiama Marta 
Oggi è ancora una mia paziente e, nel tempo, è diventata anche un po’ un’amica.
In questi dodici anni sono cambiate tantissime cose. All’epoca il lipedema era una condizione poco conosciuta, spesso confusa con obesità, cellulite o semplice ritenzione idrica. Oggi la ricerca ci ha permesso di comprendere molto di più, anche se c’è ancora tanta strada da fare.
Una delle convinzioni che continuo a sfatare è che non esiste “la dieta per il lipedema”.
Sappiamo che lipedema e carboidrati, soprattutto se in eccesso e di scarsa qualità, non sono grandi alleati. Ma questo non significa che ogni donna con lipedema debba seguire una dieta chetogenica. Ogni paziente è diversa e ogni percorso nutrizionale deve essere costruito sulla sua storia clinica, sui suoi sintomi e sulle sue esigenze.
Nel mio lavoro parto quasi sempre dalla riduzione dell’infiammazione sistemica, soprattutto quando il dolore è un sintomo importante. Indago l’eventuale presenza di insulino-resistenza e valuto con attenzione la salute intestinale. Quando è presente un aumento della permeabilità intestinale (“leaky gut”), non è raro riscontrare una sensibilità al glutine non celiaca oppure una ridotta tolleranza al nichel o all’istamina.
Per questo motivo considero fondamentale dare priorità alla salute del microbiota intestinale. Un intestino in equilibrio permette all’organismo di rispondere meglio agli interventi nutrizionali; al contrario, una disbiosi può rendere il percorso molto più difficile e rallentare i risultati.
In questi dodici anni, però, la lezione più importante non è arrivata dai libri, ma dalle donne che ho avuto il privilegio di seguire.
Ho capito che il lipedema non è semplicemente un accumulo di grasso localizzato alle gambe. È una condizione che spesso fa sentire chi ne soffre incompresa. È vedere il proprio corpo non rispondere come ci si aspetterebbe alle restrizioni caloriche o all’attività fisica. È fare sacrifici senza ottenere i risultati che gli altri danno per scontati. È avere la sensazione che ci sia qualcosa che non va e, per anni, non riuscire a dare un nome a quella diversità.
Per molte donne ricevere una diagnosi rappresenta una liberazione: finalmente c’è una spiegazione. Ma insieme al sollievo possono arrivare anche rabbia, frustrazione e il peso di dover accettare una condizione cronica.
Credo che il primo passo sia proprio questo: sentirsi ascoltate, comprese e riconosciute. Da lì nasce la possibilità di costruire un percorso realistico, senza false promesse, fatto di competenze, collaborazione tra professionisti e obiettivi concreti.
Perché il lipedema non definisce il valore di una donna. Ma conoscere questa condizione e imparare a gestirla può davvero fare la differenza nella qualità della vita.

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